mercoledì 3 marzo 2010

Presente Indicativo


Senza menarla troppo per le lunghe, è uscito un altro mio racconto nell’antologia Presente indicativo di “Ad est dell’equatore”. Il libro rientra in un progetto più ampio giunto ormai alla quinta edizione, a cura di Mario Gelardi, che si propone di coniugare assieme il linguaggio della letteratura e quello del teatro. 20 scrittori per 20 racconti incentrati su tematiche contemporanee, da cui dovrebbero essere tratti 20 monologhi teatrali scritti dagli stessi autori. Dico dovrebbero perché in realtà la maggior parte dei racconti è stata pubblicata già in forma di monologo, rendendo l’antologia un po’ di racconti, un po’ di monologhi, e in definitiva un po’ anarchica. Spero che la cosa stuzzichi il lettore senza infastidirlo.

Personalmente ho preferito presentare due lavori differenti, in parte perché sono un purista snob della narrativa e tendo sempre a irrigidirmi di fronte a contaminazioni troppo evidenti, ma soprattutto perché il mio testo è nato direttamente come racconto, è come tale aveva bisogno di essere espresso su carta. Per quanto riguarda quei testi nati direttamente come monologhi, stesso discorso: sarebbe stata una forzatura trasformarli in racconti, e molti avrebbero perso la loro bellezza intrinseca (vedi il Pingitore che scrive in versi deliziosi).

Lo spettacolo teatrale collegato al libro si terrà al teatro Elicantropo di Napoli, dal 4 al 14 marzo, alle 21.00; saranno messi in scena i monologhi raggruppando 4-5 autori per volta. Il mio in particolare ci sarà 10 e 11 marzo. Sulla bontà dello spettacolo non so dirvi nulla, perché noi autori non abbiamo assistito a prove e quant’altro, ma posso rassicurarvi sul talento di Gelardi e di Miale di Mauro; del regista che si occuperà del mio testo invece non ho mai visto nulla (ne ho visto lui), però sono fiducioso fino a prova contraria.

Vi lascio con la presentazione del mio monologo estrapolata direttamente dalla locandina

AL POLICLINICO
Un ragazzo con una spiccata ostilità verso gli ospedali subisce un insignificante danno fisico a causa di un curioso incidente. Viene convinto da un gruppo di laureandi in medicina a effettuare un controllo al policlinico, e lì ha inizio la sua grottesca epopea.

sabato 20 febbraio 2010

Ricettario di Scrittura Creativa


Segnalo questo libro dal titolo un po’ inquietante, ma dal contenuto interessante, perché è un manuale diverso da quelli che circolano in genere sugli scaffali delle librerie. In questo senso, la parola “Ricettario” aiuta a esplicarne il filo tematico. Qui non troverete riferimenti teorici alla struttura della storia, o dei personaggi, oppure consigli su come crearsi un metodo di lavoro efficace.
Quello che avete tra le mani è un ricettario dannatamente pratico (e decisamente ludico), che lavora non sulla visione d’insieme ma sui singoli tasselli, consigliando e accompagnando lo scrittore nella stesura materiale della sezione di testo che si appresta a sviluppare.
Ad esempio. Se vi viene voglia di fare un racconto in forma di diario, troverete il capitolo “Scritture dell’intimità”, dove il genere viene sezionato nelle sue sottocategorie, e ognuna di queste viene esplicata tramite brani di narratori illustri. Seguono poi domande e osservazioni degli autori, che vi consigliano da quali elementi partire per costruire un testo di quel tipo.
Personalmente, mi è tornato utile quando mi è stato chiesto di scrivere un monologo, e siccome non sapevo assolutamente da che parte cominciare, sono andato nel mio bel capitolo “monologhi”, e ne ho letti un bel po’, cercando di capire cosa mi piaceva e cosa no. Così mi sono fatto un’idea, generica e superficiale per carità, ma in certe occasioni anche quelle sono utili.
Per concludere, vi consiglio di guardate a questo testo come a un libro di esempi sulle tipologie narrative, molto comodo perché consultabile come un dizionario, a seconda delle vostre necessità specifiche. Io ogni tanto mi diverto a sfogliarlo e apprendere chicche sfiziose, che possono sempre tornare utili (voi lo sapete cosa intende Joyce per “epifanie”? Io l’ho scoperto ieri). Ve lo consiglio. Lo troverete divertente.

mercoledì 21 ottobre 2009

Stesura del Romanzo terminata (è una buona notizia?)


Terminata l’ultima stesura del libro che, giuro, se fa cagare mi meno giù dal balcone, perché che cazzo, non dovrebbe, da quant’è che ci sto lavorando, un anno? Un anno ittat’ diciamo, agenda vuota, sti fatti qua, si vede che di meglio da fare non avevo. E comunque, già lo so, il coraggio di buttarmi mica ce l’avrei, anche perché ho prodotto troppo poco fin qui, e la mia carriera non ne trarrebbe alcun giovamento. Mi tocca impacchettare tutto e mandare all’editore, e poi si vedrà, mal che vada al centro riciclaggio carta mi daranno giusto quel qualcosa per ammortizzare i costi di stampa.

A parte le stronzate, ormai questo romanzo (in cui ho creduto molto, e in cui credo ancora, anche se sono troppo spossato per ammetterlo) ha raggiunto un tale livello di prevedibilità - ricordo le frasi a memoria - che mi è impossibile giudicarlo onestamente. Ma anche fingendo che il risultato sia disastroso, ho trovato l’esperienza utile, una buona palestra per mettere in pratica il materiale teorico e pratico accumulato fin qui. Quando ne comincerò uno nuovo (e almeno per la prossima settimana non ne ho l’intenzione), eviterò di cadere in un mucchio di ingenuità, che hanno triplicato la mole di lavoro, ritardando il tutto di crca 6 mesi.
Però è inutile rivangare, e poi da queste parti mi dicono che il pessimismo non paga, e io sono d'accordo, perciò al bando dubbi e paure inutili, il libro è bello, quello che non và, se c'è, si aggiusterà. Mò lo farò girare, e qualcosa succederà. Viva la letteratura!

giovedì 8 ottobre 2009

Che delusione il cinema italiano


Quest’anno aspettavo con ansia la triade italiana sfilata al festival di Venezia e tornata a casa senza il becco di un riconoscimento (attori a parte). E l'aspettavo non tanto perché i film mi fossero sembrati particolarmente brillanti attraverso i canali mediatici con cui ho vissuto le anteprime (trailer, articoli, animate discussioni televisive tra critici); gli elementi su cui facevano affidamento le mie speranze partivano dai forti segnali dell’anno passato “Gomorra” e “Il Divo”, che sembravano aver lanciato un sassolino nel lago stagnate del cinema italiano da cui, non dico dovesse svilupparsi un’onda anomala e inarrestabile, ma quanto meno una timida corrente che andasse verso un’inesorabile ripresa (seppur lenta) di tutto l’ambiente. Invece mai come oggi mi sento disilluso, e inizio a pensare che i fenomeni Garrone e Sorrentino (i cui ultimi e bellissimi film non sono neanche i loro lavori migliori) siano un caso isolato, piuttosto che un segnale di ripresa. Se mi illudevo che stesse per succedere qualcosa, insomma, mi sa che ho toppato di brutto.

Il grande sogno: la pellicola di Placido è adolescenziale, a volerle fare un complimento. La regia è buona, come lo era in “Romanzo Criminale”, ciò che manca rispetto a quel film è una sceneggiatura di una qualche consistenza (e qui sarebbe ora che i produttori imponessero ai registi di affidarsi a scrittori di professione per il testo, invece di lasciarli in balia della loro folle ispirazione che spesso si riduce ad arrangiare assieme roba sentita qua e là). La storia si svolge così: un giorno c’è la vita normale, un altro giorno un ragazzo viene bocciato a un esame e … il 68! Ma la cosa più fastidiosa è che i personaggi sono assolutamente stereotipati, e di conseguenza i dialoghi risultano prevedibili e banali, arrivando a suscitare nello spettatore un senso di tenerezza verso gli attori, tenerezza che si trasforma in pietà o addirittura rabbia in caso di accertata parentela con un membro della compagnia. Il film si riprende un po’ nell’ultima mezz’ora, a seguito di un paio di colpi di scena, ma ormai è davvero troppo tardi. Vi giuro che dopo i primi dieci minuti volevo alzarmi e tornarmene a casa, sensazione che prima d’ora avevo provato solo con “La mano de Dios” di Risi figlio.
Placido ha passato il dopo festival a sbraitare (giustamente) contro le offese arrivate da membri del governo, nani e non, senza sapere che proprio alle polemiche deve un successo di pubblico altrimenti inspiegabile, perché dubito che il passaparola abbia aiutato.
Ho letto un articolo che parlava male del film, ma che chiariva le attenuanti già nel titolo Com’è difficile raccontare il 68’. Mi permetto di dissentire. Senza far riferimento ai capolavori del neo-realismo capaci di concentrare nella storia di un individuo tutta la sofferenza di un periodo storico, vi dirò: guardatevi “Milk”. I temi trattati sono simili: movimento di massa e rivoluzione politica, in un contesto intriso di scetticismo e bigottismo; solo con i gay all’arrembaggio al posto dei marxisti. Il film è un capolavoro commovente, che ha il merito di non dare mai la conoscenza degli avvenimenti per scontata.

Baarìa: il discorso per Tornatore è diverso. Se quello di Placido è un film riuscito male, questo è un film che poteva riuscire meglio. Durante la prima ora e mezza ho assistito al Tornatore già visto e apprezzato, padrone di una poetica che diventa una marca stilistica, una chiave capace di trascinare il pubblico nello scrigno segreto in cui riposa il passato del regista. Alla pausa pensavo è impossibile che il film possa perdere l’Oscar, e invece dopo aver assistito alla seconda ora e mezza sono sicuro che lo perderà. In pratica Tornatore, che alla prima pausa ha quasi esaurito la storia del cambio generazionale, ha la pessima idea di arrivare anche alla terza generazione. Il film subisce un’accelerazione brusca e innaturale, che lo porta a toccare di striscio tutti gli eventi della storia italiana fino ad arrivare ai giorni nostri … e poi torna indietro! A quel punto il pubblico è veramente stanco. Io mi sono sentito fortunato a vivere nel 2010, perché se la storia italiana fosse durata altri 30 anni il film sarebbe andato avanti ancora per un’ora.
La seconda parte della storia risulta noiosa, e soprattutto superflua, perché viene utilizzata dal regista per tirare i troppi ami lanciati in precedenza (smarrimento di oggetti magici, ecc.) a cui lo spettatore non sente il bisogno di abboccare perché se ne era assolutamente dimenticato, o, quanto meno, gli erano già sembrati poetici e perfetti nella loro incompiutezza. Ancora una volta la forbice del produttore sarebbe stata gradita.
Facendo un paragone con “Nuovo Cinema Paradiso”, poi, si riscontra la debolezza dell’obbiettivo del protagonista, che sembra non trascinare il pubblico in sala. Se infatti il sogno di diventare regista riesce a coinvolgere lo spettatore per il suo carattere universale, quello di diventare politico soltanto all’inizio è vissuto come un sogno puro, mentre nella seconda parte viene sporcato dall’impatto con la realtà; e allora diventa quasi voglia di arrivismo, più che voglia di essere, di fare, e questo accade senza che il protagonista subisca un cambiamento consapevole. Mano a mano sentiamo che il nostro legame col film, il nostro coinvolgimento, si affievolisce, finché viene a mancare.
Solo ora mi spiego l’incertezza con cui molti critici commentavano il film, probabilmente tormentati tra lo spettacolo del primo tempo e quello del secondo. È impossibile consigliarlo o sconsigliarlo. Andate a vederlo e fatevi un’idea.

Il terzo film “Cosmonauta” (che mi dicono essere più riuscito) mi sono rifiutato di vederlo, perché si concentra sullo stesso periodo storico degli altri due, e alla monotonia c’è un limite.

mercoledì 3 giugno 2009

Galassia a gambe all'aria


Forse, vista l’esperienza degli anni passati, si poteva ragionevolmente immaginare che sarebbe stato impossibile cadere più in basso, e invece gli organizzatori di Galassia Gutenberg 2009 (Liguori editore) quest’anno sono riusciti a raschiare il fondo del barile. Nessun evento particolare; nessun cartello che indicasse la presenza della fiera (alcune persone sono arrivate fin fuori la stazione marittima e avvicinandosi hanno iniziato ad avere forti dubbi che lì si svolgesse Galassia, non trovando alcuna indicazione); pubblicizzazione dell’evento neanche a parlarne. Gli editori erano pochissimi, il 95% campani, dei quali alcuni pubblicavano libri esclusivamente scritti da preti, altri facevano print on demand di 20 copie a titolo, quasi tutti erano a pagamento e provvisti di un catalogo vergognoso. E chi era in possesso degli stand più grandi? I soliti marchi storici del territorio, la cui politica editoriale degli ultimi anni ne ha provocato la morte, e che adesso cercano di portarsi nella tomba l’intera editoria campana, perché rimangono gli unici a calamitare i fondi della regione, togliendo risorse alle poche energie sane, che di quei fondi farebbero cultura, invece di intascarseli. A proposito di fondi…come avrà speso Liguori la valanga di denaro che sarebbe servita per organizzare Galassia? Non è dato saperlo. Perché il punto è che tutte questi individui che continuano ad attaccarsi alle casse della provincia per fare accanimento terapeutico a dispetto della propria evidente morte cerebrale, non devono rendere conto a nessuno di ciò che producono con questi soldi. E qui entra in gioco l’inerzia degli enti locali che rende possibile quest’atto di vampirismo, preoccupandosi solo di spendere il denaro disponibile, senza fare azione di controllo su come viene speso.

Naturalmente la fiera è stata disertata dalla gente, e gli editori hanno avuto perdite superiori al 70%; cosa che capita quando una fiera non offre nulla, il biglietti di ingresso non prevede alcun omaggio (come invece succede a Torino), e gli editori spaventanti dal deserto di compratori non applicano sconti. Sono curioso di sapere chi avrà il coraggio di ripresentarsi l’anno prossimo.

Unica nota positiva la presentazione dei superdotati a cura di “Ad est dell’equatore” (certo, sono troppo vicino alla casa editrice per farne gli elogi, ma mi appello al Mattino, il quale ha segnalato l’eccezionalità dell’evento) grazie a una splendida performance degli A67, gruppo musicale a cui consiglio di avvicinarvi. Tra l’altro Ad est è stata una delle uniche ad applicare sconti sui libri.
Per il resto, niente di nuovo sotto il cielo. Dalla città dei fantasmi è tutto.

venerdì 22 maggio 2009

Sceneggiatori


La settimana scorsa mi sono arrivate 2 mail quasi identiche, che affrontavano questo tema: il passaggio dalla scrittura di narrativa, alla scrittura cinematografica; entrambe consideravano la carriera di sceneggiatore come unica alternativa alla fame eterna. Siccome in questi ultimi anni ho provato un profondo interesse per il mondo della scrittura cinematografica (interesse più ludico che economico), e siccome non sono molto d’accordo con la conclusione a cui giungono le mail, colgo l’occasione per parlarne. Premessa: non sono uno sceneggiatore, né un addetto ai lavori; esprimo opinioni in base alla mia esperienza e alle informazioni che ho raccolto in giro. Grazie cari.
A mio parere, il primo ostacolo da affrontare è capire se siamo adatti a scrivere sceneggiature, nel senso che non sempre un bravo scrittore si rivela essere un bravo sceneggiatore, e naturalmente vale anche il contrario. Molto dipende dal nostro approccio col testo; la sceneggiatura è un affare molto più tecnico rispetto a un romanzo. In un libro, al di là di una serie di regole che è buona norma seguire, la mappa generale tende a piegarsi facilmente alla volontà dello scrittore, mentre la sceneggiatura è più rigida, a causa delle fasi in cui è scansionata (soggetto, trattamento, sceneggiatura). Nel soggetto definiamo i personaggi, le azioni, la trama. È una delle parti più creative (in pratica hai un foglio bianco e devi scriverci quello che succede), l’unica differenza con un libro è che non devi rendere i vari passaggi della storia “letterabili”. Stiamo parlando di un testo lungo massimo 4-5 cartelle dattiloscritte, perciò è facile capire quanto sia importante dire molto con meno parole possibili. Questo per alcuni scrittori è un vantaggio perché si arriva subito al dunque, per altri invece è frustrante perché vedono il proprio stile disintegrarsi. Per quanto mi riguarda, penso si tratti semplicemente di assumere una diversa prospettiva: le marche stilistiche non si legano più alle parole, ma direttamente agli eventi della storia. La nostra personalità penetra nel racconto attraverso ciò che accade (in realtà dovrebbe succedere anche in un romanzo, in quelli migliori succede). Detto così sembra facile e bello, ma il cambiamento è radicale: non possiamo entrare nei personaggi e spiegarli, dobbiamo rendere visibili i loro sentimenti, perciò bisogna ragionare esclusivamente in termini di azioni. Quello che non si vede non succede. Per assicurarci che il pubblico veda e senta tutte le fasi più importanti del film, dobbiamo progettare esattamente l’ordine e la gerarchia degli eventi. È impossibile affidarci all’improvvisazione. Quindi, le variabili che intervengono nello stabilire la nostra propensione a questo tipo di scrittura sono: (A) capacità di strutturare una trama; (B) approccio metodico al testo (non alla Kerouac, tanto per intenderci). Se vi mancano queste due qualità, lasciate perdere.

Una volta buttato giù il trattamento, si passa ai dialoghi della sceneggiatura, che sono la parte più divertente. Qui si torna alle origini, perché le scene dialogate sono un qualcosa di cui abbiamo già una forte esperienza diretta, sia come lettori, sia come scrittori. Quando tutto è finito però, c’è qualcosa che non quadra. Che cosa abbiamo tra le mani? Magari il nostro lavoro è buono, o magari non lo è, sta di fatto che è ancora un lavoro a metà. Ci vorrà un ulteriore passaggio per trasformarlo in un film: la regia. Una pessima regia può rovinare una fantastica sceneggiatura, inoltre una buona regia può essere ridimensionata da un pessimo cast di attori, o da una brutta scenografia, o semplicemente da un baget ridotto. Le variabili sono parecchie e di difficile controllo. Il problema di uno scrittore, quando lavora nel campo del cinema, è accettare l’idea della sua parzialità (problema che in letteratura non si pone, poiché lo scrittore è un Dio che controlla praticamente ogni cosa). Forse questa è la parte più difficile. D’altra parte, si condivide la responsabilità di un eventuale fallimento con una serie di persone, il ché non è male. È una questione di punti di vista, l’importante è capire che si tratta di due forme di scritture imparentate, ma molto diverse.

Lato economico. Non c’è dubbio che sia più facile arricchirsi scrivendo per il cinema, soprattutto considerando il rapporto Lavoro/Compenso, che in letteratura pende drammaticamente dal lato sbagliato. Ma quanto lavoro c’è? In Italia si producono così tanti film? Non credo proprio. È plausibile sostenere che ci sono centinaia di sceneggiatori che ringraziano Dio se hanno l’opportunità di lavorare una volta l’anno. Un mercato più florido è sicuramente quello delle fiction, ma qui i compensi sono più bassi, e poi si tratta di uno schema narrativo in parte diverso dai film, trattandosi di prodotti seriali. Quindi altro studio, altro lavoro di applicazione.

Per tirare le somme, se pensate di passare da una sponda a un’altra solo per avere guadagni facili, scordatevelo. Come in letteratura, c’è un sacco di gente che vuole emergere, e nella migliore delle ipotesi è più motivata e preparata di voi. Fatelo solo se nutrite una passione sincera per il cinema e per il LAVORO di scrittura, oltre ad avere una ferrea volontà di apprendere.


Per chi fosse interessato suggerisco due manuali fondamentali da leggere in quest’ordine:
1) IL VIAGGIO DELL’EROE, Vogler, Dino Audino editore
2) COME SCRIVERE UNA GRANDE SCENEGGIATURA, Seger, Dino Audino editore (non fatevi ingannare dal titolo, è un manuale splendido)


Per altre informazioni (scuole, concorsi, ecc…) http://www.sceneggiatori.com/

venerdì 27 marzo 2009

AAA lavoro cercasi


Ma dico io, un povero cristiano come me, - che per dirla tutta si è proprio cagato il cazzo di vivere con la sorella isterica e la madre rompipalle, le cui diverse peculiarità trovano però un interessante punto di contatto nell'assoluta incapacità di seguire un discorso logico, anche uno semplice semplice, che vada da un punto A a un punto B, senza voler quindi voler considerare le enormi insidie che si celerebbero nel dover determinare un terzo punto C, o, Dio ce ne scampi, addirittura un diabolico punto D -, dicevo, che minchia dovrei fare per trovare uno straccio di lavoro con cui guadagnare quel tanto che basta per poter condurre una vita dignitosa?

E pure, a pensarci bene, non mi manca niente. La laurea non ce l'ho, ma sono ben avviato; un'istruzione non l'ho mai avuta, e credo che mai mi si presenterà l'occasione di farmene una; la mia salute è pari a quella di un infartuato di 50 anni.

In pratica, posso fare solo il parlamentare!, però la politica mi fa schifo, e perciò il problema continua a riproporsi. Inoltre, devo prendere atto che non ciò voglia di fare un cazzo, indi per cui urge trovare uno di quei lavori in cui solo i tuoi capi sono convinti che stai faticando, quelli in cui alla consegna dello stipendio ti invade la gloriosa sensazione di aver appena rapinato una vecchietta indifesa. Se qualche lettore occasionale avesse notizie di un lavoro del genere, me lo comunichi al più presto, e io mi impegnerò a versargli 1/4 del mio stipendio, nel corrispettivo di preservativi tailandesi acquistati a metà prezzo su internet (devo pur reciclare quelli bucati).

mercoledì 4 marzo 2009

Esami:è finita!


La raccolta punti alla sapienza di Roma ha finalmente dato esito positivo, per cui, almeno per quest'anno, di esami non se ne parlerà più. Questo significa che per un paio di mesi posso mettermi a fare lo scrittore? Beh, tesi a parte, mi sa proprio di sì. Oggi ho avuto il primo approccio col romanzo che avevo lasciato raffreddare e, oltre alla certezza di tutti i suoi problemi nella parte centrale, ho avuto anche la conferma che il resto ha la sua consistenza, e rendermene conto dopo un distacco di 1 mese, mi ha riempito di motivazioni. Oggi mi faccio un bel programmino di lavoro, e così spero di terminare tutto entro un paio di mesi (meglio3). Il problema sarà riadattare la roba che va già bene così, ma che non si lega alla nuova parte centrale. Quello un pò mi scoccia, a dire il vero.

Saddà fà.

lunedì 26 gennaio 2009

importanza della revisione finale


Dopo tre mesi di meticolosa programmazione della storia, sia dal punto di vista della struttura generale, che delle scene d’azione e riflessione, e dopo altrettanti mesi di scrittura, per quello che doveva essere il mio primo romanzo con un inizio e una fine degne di questo nome, mi sono reso conto di aver commesso dei tragici errori. La parte centrale della trama, quella che dovrebbe costituire il fulcro centrale della storia, sembrava invece aver assunto la funzione di una grande parentesi, che invece di lanciare i personaggi, li sospendeva in attesa del finale. C’è da fare una premessa: questo lavoro era già stato interrotto una volta, quando mi ero accorto che la storia cominciava troppo presto. A quel punto, avevo già buttato giù 40 pagine. Allora, presi la decisione di buttarle in senso letterale, e così ho fatto. Poi ho iniziato a programmare il lavoro, dalla prima pagina, l’unica che ritenevo buona. Ma adesso, a distanza di 6 mesi, l’idea di rimettere le mani nel romanzo mi tirava talmente giù che in un primo momento ho deciso di lasciar perdere, e ho chiuso tutto in un cassetto.

Naturalmente, ho passato diverse notti in bianco. Semplicemente, era impossibile liberarmi della storia. Se la voglia di raccontarla era stata così forte da farmi letteralmente ricominciare un romanzo la prima volta, come potevo sperare di farla franca? Ho iniziato a pensare a cosa mi avesse mosso a riscriverla, e poi mi sono visto progettare il lavoro, e mi sono ricordato della terribile sensazione che qualcosa in quello schema non andasse. Quei problemi che adesso erano così evidenti, si erano già palesati in fase di programmazione, ma in quel momento ero talmente sfiancato dal lavoro, che avevo deciso di non affrontarli. Avevo solo voglia di scrivere. Mi ero messo all’opera con la speranza che, in qualche modo, quelle falle si colmassero da sole. Ecco una lezione: è impossibile risolvere un problema narrativo se non lo si affronta a brutto muso. Qualsiasi tentativo di prenderlo lateralmente, o peggio, di schivarlo, è destinato a fallire.

Allora, mentalmente, mi sono messo a lavoro sul testo, e subito ho inquadrato l’errore: avevo sbagliato a scegliere l’antagonista. In fase di programmazione, avevo temuto che l’antagonista semplicemente mancasse, per cui ne avevo inventato uno che con la storia c’entrava in maniera marginale. Per questo il romanzo, a partire dal suo ingresso, iniziava a prendere la deriva. Non mi ero accorto che il vero antagonista era lì, sotto i miei occhi, è così l’avevo ridimensionato, dandogli meno spazio di quanto meritasse. Avevo perso di vista l’obbiettivo, per colpa di un’invenzione strampalata.

Adesso ho un elemento fondamentale con cui riprogrammare il fulcro della storia. Certo, rimango un po’ abbattuto. Soprattutto perché sarà impossibile lavorarci subito, dovendo dare i miei ultimi due esami tra un paio di settimane. Inoltre, subito dopo dovrò finire la tesi e lavorare a una sceneggiatura per un corto. Ma riuscirò a fare tutto, più lentamente magari, ma ci riuscirò. Devo assolutamente tenere duro. La mia forza sarà costituita dalle persone che mi sostengono e che credono nel mio lavoro. E tra queste ci sono anch’io, naturalmente.
Un altro elemento che mi deve rendere fiducioso, sono le pagine da cui intendo ripartire. La prima volta che avevo ricominciato il libro avevo ripreso da pagina uno. Adesso le pagine buone sono addirittura 70! La roba da distruggere riguarda 40 pagine, più una ventina da riadattare, ma il resto è abbastanza flessibile da rimanere immacolato, anche dopo una revisione profonda. Il buono della storia è ancora lì, vivo e vegeto sotto le mie mani, e chiede solo le attenzione necessarie per sbocciare in un tutto il suo splendore.
Sarebbe da vigliacchi decidere di abbandonarlo proprio adesso.

lunedì 3 novembre 2008

Toilet 14, ci sono anch'io


Ho atteso l'uscita per annunciarlo (il numero di questo mese non voleva proprio essere partorito): nel numero 14 di toilet è stato selezionato un mio racconto breve ( molto breve), che sarà lieto di farsi leggere da chi dovrà espletare bisogni organici davvero istantanei.
Che dire, sono sinceramente soddisfatto, perchè l'idea di pubblicare per questa rivista mi stuzziva già da un pò, e, quando ho ricevuto la loro e-mail, per poco non mi commuovevo (ma ho resistito fino all'ultimo, fingendo di possedere ancora un briciolo di dignità). Per un piccolo autore/lavoratore come me, queste piccole pubblicazioni sono boccate d'ossigeno puro, utili a tenerti in piedi, durante un percorso che, visto in prospettiva, sembra interminabile.

lunedì 15 settembre 2008

Il giorno più lungo


È così che ci si sente oggi, tra noi ammiratori di D.F.Wallace, dopo che nel bel mezzo di ieri pomeriggio, siamo stati scossi da un breve trafiletto apparso sui siti internet, le cui dimensioni mal si addicevano alla tragicità della notizia. Eravamo insoddisfatti, certo. Quelle poche parole, mal messe assieme, non avrebbero potuto convincerci che Wallace avesse davvero stretto una corda attorno al collo, dimostrandoci come fosse facile distruggere, con un gesto irrisorio, una delle menti più luminose dell’ultimo secolo, a cui la nostra devozione aveva fatto credere essere intrisa di immortalità divina.
Abbiamo dovuto affrontare un giorno di sospensione e angoscia, prima di poter leggere in articoli dettagliati della Repubblica e del Corriere della sera, che tutto era vero. D.F.Wallace è morto. Anzi, si è ucciso a 46 anni, impiccandosi. Un gesto che, per rabbia, ancora non riesco a perdonargli. Neanche leggerlo sul giornale mi ha fatto sembrare la notizia verosimile. Ho dovuto attaccare gli articoli sulla parete, con lo scotch, per poterli tenere in vista tutta la giornata, mentre studiavo, mangiavo, rimettevo in ordine. Alla fine ho capito.

Autore di qualsiasi cosa, dai suoi libri alle liste della spesa compilate per andare al mercato sotto casa – mi piace immaginarle ricche di particolari assolutamente insignificanti e stupendi -, lascia un vuoto incolmabile in chiunque si sia scontrato con la sua prosa. Sì, “scontrato” è proprio la parola giusta. Perché niente assomiglia al modo di scrivere di D.F.Wallace, primo autore a creare un connubio formidabile tra linguaggio letterario e matematico – tipo “il diavolo e l’acqua santa” -, che mai si sarebbe immaginato così fruttuoso. I suoi periodi chilometrici sono intrisi di un’ossessione folle verso i particolari, a cui dedica ogni doverosa attenzione, fino a farli risplendere di significato indotto. Genio, oltre che scrittore, insomma.

La cosa che mi ha fatto più male oggi, è stato leggere articoli scritti da giornalisti che, palesemente, non si sono mai accostati alle sue opere, ma hanno preferito mettere su elogi memorabili tratti direttamente da wikipedia – in particolar modo la definizione di massimalista in contrapposizione con quella minimalista appioppata per l’ennesima volta a Carver. Sarei curioso di vedere Wallace alle prese con questi articoli, e magari venir fuori come il cadavere africano di Hemingway, gridando, “ehi, non sono ancora morto!”.
Adesso in molti, quei poveretti che ancora non lo conoscevano, si immergeranno con spirito di venerazione nella sua opera, e questo mi fa piacere. La letteratura, la grande letteratura, ha il merito di rendere i suoi fautori immortali. Ma per adesso, questo pensiero non riesce proprio a consolarmi.

sabato 13 settembre 2008

Leggi imbarazzanti


Nessuna polemica, solo un dubbio atroce che mi tormenta:
adesso che è stata approvata la nuova legge sulla prostituzione, la ministra Carfagna verrà arrestata?

Forse non ci aveva pensato...

giovedì 11 settembre 2008

Che noiosità!




Domani esame di macroeconomia. Tra un settimana esame di psicologia degli atteggiamenti.
...
giuro che appena ho finito scrivo un post, in questo blog dimenticato da Dio.

mercoledì 4 giugno 2008

Segnalazione articolo

Segnalo anche questa piccola recensione, apparsa di recente su internet. (che capata, ci sta l'inizio del mio racconto!)

http://quotecrossing.splinder.com/

domenica 11 maggio 2008

Articolo su "La Repubblica"


Uè ragà, grande successo. In questi giorni son0 usciti articoli molto positivi riguardo al libro, sia su Repubblica che sul Corriere. Ringrazio pubblicamente gli autori, Marco Lombardi e Alessandra Amitrano, che ci hanno trattato con un riguardo che va ben al di là dei nostri meriti. Per adesso posto solo quello apparso su Repubblica, in attesa che anche l'atro arrivi nella versione on-line.


Pubblicare libri la scommessa di Ciro e Marco

Repubblica — 09 maggio 2008 pagina 22 sezione: NAPOLI


"Tutta colpa di Dio" (120 pagine, 8.90 euro) e "Airbag" (136 pagine, 8.90 euro) sono i primi titoli della casa editrice "ad est dell' equatore", ovvero l' entusiasmante scommessa di Ciro e Marco Marino. 23 e 28 anni, orgogliosamente da Ponticelli, il desiderio di pubblicare libri senza chiedere soldi, solo l' ideale sottoscrizione della comune passione per una letteratura che affronti la realtà con rigore e ironia. Il primo volume raccoglie racconti di Riccardo Brun, Maurizio de Giovanni, Peppe Lanzetta, Luca Maiolino, Ciro Marino, Angelo Putrella e Andrea Santojanni con la prefazione di Massimo Smith, direttore editoriale di "a est dell' equatore". Il secondo è un romanzo di Gianni Solla, blogger partenopeo piuttosto noto e autore di una storia che illustra certe teorie della percezione, da McLuhan al cyberpunk, con un protagonista disturbatissimo a cui capita di intercettare, nell' audio del televisore, le conversazioni telefoniche di altri strani personaggi, a cominciare da una donna obesa picchiata dal marito, continuando con paralitici, squillo di lusso, ballerini di tango e naziskin. Il finale è un tributo a quelle mappe emotive e cognitive sballate fornite da città e luoghi freddi, privi di una comunicazione autentica, oramai sostituita dagli spersonalizzanti imperativi del virtuale. Nei sette pezzi dedicati invece ad altrettanti vizi capitali, lo stile è più mosso, per la presenza di esordienti assoluti (Maiolino, talento da tenere d' occhio), semiesordienti (Marino), giovani discretamente affermati (Brun, Petrella, Santojanni), e senatori come de Giovanni e Lanzetta, quest' ultimo credo padre putativo di quasi tutti gli scrittori nostrani tra i venti e i trentacinque anni. Si passa dal pedofilo disegnato da Marino quasi come tributo all' ineluttabilità del modo di vivere in tale maniera la sessualità all' avaro tratteggiato con classica compostezza da de Giovanni; dall' iracondo di Brun a Franz il superbo firmato Lanzetta e all' omino - invidioso - del treno effigiato da Santojanni. Consiglio una sosta più meditata dalle parti del goloso, opera di un Maiolino in vena perfino sentimentale rispetto alla cattiveria dei colleghi, e dell' accidioso, il tipo umano a cui Petrella dona una vis comica a tratti perfetta, modellandola su sé medesimo, scrittore alle prese con altri scrittori: scioperati, casinisti, affannati, arrapati, mediamente. Una commedia umana bonsai che, forse, riassume la creatività della casa editrice e dei suoi attuali eroi. - MARCO LOMBARDI


da




lunedì 28 aprile 2008

Che Peccato


Purtroppo dovrò smettere di fare l’ufficio stampa per ad est dell’equatore, come ho comunicato all’editore qualche giorno fa. L’illuminazione mi è venuta dopo una presentazione “organizzata” - per usare un eufemismo - a Portici e alla quale non si è presentato quasi nessuno. A quel punto ci siamo guardati tutti in faccia, trovandoci nella tipica situazione “Io pensavo che l’avessi fatto tu!”. Naturalmente, nessuno aveva fatto niente. Il fatto è che è mancata una basilare comunicazione interna, ma soprattutto mi sono reso conto che, anche per quanto riguarda la promozione di aventi, il lavoro da fare spettava a me. E qui ho immaginato come sarebbero stati i successivi mesi di lavoro, con le presentazioni da organizzare, i comunicati stampa, le persone con cui parlare, e io che nel frattempo ero costretto a stare in un’altra città a finire sei esami in due mese, col la tesi da preparare e il libro da finire. Insomma, è entrato in gioco il mio senso di responsabilità: non sarei mai riuscito ad occuparmi decentemente dell’ufficio stampa e in più avrei messo in seria difficoltà l’editore, che sarebbe stato costretto a richiamarmi. Perciò preferisco tirarmi fuori da una situazione che potrebbe rendere tesi i rapporti interni, oltre a dare di me una pessima immagine professionale. Se si accetta un lavoro, tanto vale farlo bene, altrimenti si deve saper mollare. Meglio lasciare spazio a qualcun altro, con maggiore esperienza e tempo libero.

Saluti e a presto, w ad est dell’equatore!

lunedì 31 marzo 2008

Una serata da dio


Sabato 29 Marzo è avvenuto il mio esordio letterario, con la presentazione a Galassia Gutenberg dell'antologia tutta colpa di dio, in cui è presente un mio racconto. La serata è andata bene al di là di ogni previsione. Innanzitutto la sala era strapiena e non per via di parenti e amici, che sono rimastri quasi tutti fuori (visto che lo spazio non bastava!). I libri sono andati a ruba e il progetto ha riscosso moltissimo successo, soprattutto tra gli addetti ai lavori. Questa cosa della casa editrice non a pagamento ( a Napoli!) ha lasciato tutti con un palmo di naso. Ho conosciuto Diego de Silva e ho stretto la mano a Wu ming3! Ci hanno fatto mille complimenti. La presentazione vera e propria, poi, è stata brillante: le risate e gli applausi si sentivano a parecchia distanza dalla sala (soprattutto durante la lettura del racconto di Angelo Petrella, quel cazzo di fantastico scrittore). Maurizio de Giovanni, scrittore ed uomo infinito (non riesco a trovare un aggettivo migliore), mi ha onorato leggendo un estratto dal mio racconto, e io per poco non svenivo. Dopodiché è arrivato il mio momento di parlare: mi ero preparato un discorso magnifico e pienamente significativo che, non appena entrato in funzione il microfono, è subito emigrato in una regione lontanissima della mia mente, lasciandomi lì a sparare cazzate. Ero talmente nervoso che a un certo punto, per fare il tipo sciolto, ho fatto il gesto di puntare il gomito sul tavolino, ma l'ho mancato clamorosamente! Figura di merda assicurata...(spero che nessuno se ne sia accorto ; ) )

Tutta colpa di dio



La casa editrice ad est dell’equatore, distribuita su tutto il territorio nazionale, esordisce con il titolo tutta colpa di dio. Un’antologia che racconta i 7 peccati capitali, prendendo in prestito le voci di sei autori tra i più affermati della letteratura contemporanea napoletana e un esordiente. Con questo libro i due giovani editori, Marco e Ciro Marino, pongono le basi di un progetto ambizioso: costruire una delle poche case editrici napoletane non a pagamento. Riccardo Brun, Maurizio de Giovanni, Peppe Lanzetta, Luca Maiolino, Angelo Petrella, Andrea Santojanni e Massimo Smith (che ha curato editing e introduzione) hanno aderito con entusiasmo al progetto, regalando i loro racconti e la loro collaborazione.Ad est dell’equatore, in partnership con Marcos y Marcos, sarà presente con un proprio stand a Galassia Gutenberg, dove il 29 marzo alle 19.30 verrà presentato tutta colpa di dio. Sarà inoltre possibile acquistare in anteprima airbag di Gianni Solla, nostra seconda uscita. Alla presentazione interverranno gli autori.

mercoledì 5 marzo 2008

Il mio nuovo maestro


Guardate quest’ uomo. Visto così sembrerebbe mansueto, tenero, persino coccolonemorbidoso. Ah ah! Che grossolano errore di valutazione. Certo, voi lo vedete così, ripreso in questa foto, subito dopo aver terminato un’intensiva sessione autoerotica. La prima volta che l’ho visto io, invece, eravamo io, Ciro Marino, Gianni Solla, e Angelo Petrella, a casa Petrella appunto. L’editore mi stava appena informando che avrei gestito io l’ufficio stampa, perché sentiva di nutrire una grande stima verso di me. Gianni Solla stava avanzando il sospetto che sotto questa motivazione di facciata si nascondesse il fatto che nessun altro “è strunz come Luca Maiolino, visto che lo fa gratis”. Comunque sia, a un certo punto, la porta si spalanca con un botto, tutti saltiamo dalle sedie e Riccardo Brun fa la sua entrata in scena impennando sulla sua vespa, che poi (dopo aver lasciato una sgommata di tre metri sul pavimento) parcheggia tranquillamente dentro casa, attaccandola con la catena al portasciugamani del bagno. A quel punto Ciro Marino mi indica questo oscuro soggetto e mi fa: “questo qui sarà il tuo maestro”.
Ora, perché voi capiate del tutto ciò che ho appena detto dovreste:
A) Aver letto il racconto di Petrella, pubblicato in “tutta colpa di dio”.
Oppure
B) sperare che un’anima pia (che sarei necessariamente io) vi contestualizzi il tutto sinteticamente.

Eh, eh, sì cazz’ ca’ vo’ spieg’. No, scherzi a parte, mi rompo proprio le palle. Comunque Riccardo è troppo bravo, è simpatico, un grande professionista e poi è frisck: per cui se non si dimostrerà in grado di insegnarmi a fare l’ufficio stampa, per lo meno mi farà vedere come acchiappare qualche femmina, che ce n’è sempre bisogno. Tra l’altro, mi ha pure cazziato, perché dice che non scrivo mai qua sopra. Ha preteso, come unico utente del mio blog, di ricevere un servizio. Io mi sono subito commosso, ma poi ho riflettuto e gli ho risposto che secondo me nessuno sente la mancanza dei miei post. Lui ha convenuto con me, poi mi ha dato una capata in bocca e se n’è andato lasciandomi lungo sul marciapiede. Così, senza motivo.
La mia avventura è cominciata!

giovedì 29 novembre 2007

Ad est dell'equatore



Giustifico la mia prolungata assenza con due notizie quantomeno rilevanti.

1: a febbraio uscirà un mio racconto, in una antologia sui sette peccati capitali, a cura di "ad est dell'equatore", neonata casa editrice NON A PAGAMENTO, ancora priva di catalogo.
2: sto attualmente collaborando con suddetta casa editrice, per quanto riguarda le attività di ufficio stampa.
3: sto anche gestendo il blog di "ad est dell'equatore", in cui verranno pubblicati ogni mese i cinque migliori racconti arrivati in redazione.
Non tergiverserò sulle modalità del cometuttoquestoèaccaduto, che potrebbero risultare noiose e, in definitiva, poco significative; mi limiterò a sottolineare che questa, sì, è una grande soddisfazione e, sì, mi porterà via una quantità di tempo (unita alla tesi di laurea e ai relativi 8 esami mancanti e allo scrivere) che andrà tutto a discapito del blog.
Prometto di recuperare, usando il blog soprattutto per postare i racconti.

Per quanto riguarda la casa editrice, è fatta di giovani, cercherà di puntare su una letteraturà tagliente ma allo stesso tempo di qualità, e rappresenta una scommessa rischiosa nel panorama editoriale campano: dove in pratica manca un editoria non sostenuta dai soldini degli autori. In più la veste grafica sarà invitante e dispendiosa (non come certe pubblicazioni che...lasciamo perdere...) il tutto offerto alla modica cifra di 8 euro; un prezzo quanto mai concorrenziale. Se ci fosse anche un preservativo in omaggio, abbinato a una velina pronta per l'uso, sarebbe il massimo.

C'è solo da sperare che questa iniziativa riesca a raccogliere anche il consenso del pubblico, oltre a quello già manifestato dagli ambienti intellettuali (che, per quanto faccia piacere, non porta al suo seguito alcun aiuto pecuniario), per evitare di finire a mare con tutti i panni.

Detto questo, ringrazio per l'attenzione e saluto distintamente.
Per chi fosse interessato: http://www.adestdellequatore.com/