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sabato 20 febbraio 2010

Ricettario di Scrittura Creativa


Segnalo questo libro dal titolo un po’ inquietante, ma dal contenuto interessante, perché è un manuale diverso da quelli che circolano in genere sugli scaffali delle librerie. In questo senso, la parola “Ricettario” aiuta a esplicarne il filo tematico. Qui non troverete riferimenti teorici alla struttura della storia, o dei personaggi, oppure consigli su come crearsi un metodo di lavoro efficace.
Quello che avete tra le mani è un ricettario dannatamente pratico (e decisamente ludico), che lavora non sulla visione d’insieme ma sui singoli tasselli, consigliando e accompagnando lo scrittore nella stesura materiale della sezione di testo che si appresta a sviluppare.
Ad esempio. Se vi viene voglia di fare un racconto in forma di diario, troverete il capitolo “Scritture dell’intimità”, dove il genere viene sezionato nelle sue sottocategorie, e ognuna di queste viene esplicata tramite brani di narratori illustri. Seguono poi domande e osservazioni degli autori, che vi consigliano da quali elementi partire per costruire un testo di quel tipo.
Personalmente, mi è tornato utile quando mi è stato chiesto di scrivere un monologo, e siccome non sapevo assolutamente da che parte cominciare, sono andato nel mio bel capitolo “monologhi”, e ne ho letti un bel po’, cercando di capire cosa mi piaceva e cosa no. Così mi sono fatto un’idea, generica e superficiale per carità, ma in certe occasioni anche quelle sono utili.
Per concludere, vi consiglio di guardate a questo testo come a un libro di esempi sulle tipologie narrative, molto comodo perché consultabile come un dizionario, a seconda delle vostre necessità specifiche. Io ogni tanto mi diverto a sfogliarlo e apprendere chicche sfiziose, che possono sempre tornare utili (voi lo sapete cosa intende Joyce per “epifanie”? Io l’ho scoperto ieri). Ve lo consiglio. Lo troverete divertente.

venerdì 22 maggio 2009

Sceneggiatori


La settimana scorsa mi sono arrivate 2 mail quasi identiche, che affrontavano questo tema: il passaggio dalla scrittura di narrativa, alla scrittura cinematografica; entrambe consideravano la carriera di sceneggiatore come unica alternativa alla fame eterna. Siccome in questi ultimi anni ho provato un profondo interesse per il mondo della scrittura cinematografica (interesse più ludico che economico), e siccome non sono molto d’accordo con la conclusione a cui giungono le mail, colgo l’occasione per parlarne. Premessa: non sono uno sceneggiatore, né un addetto ai lavori; esprimo opinioni in base alla mia esperienza e alle informazioni che ho raccolto in giro. Grazie cari.
A mio parere, il primo ostacolo da affrontare è capire se siamo adatti a scrivere sceneggiature, nel senso che non sempre un bravo scrittore si rivela essere un bravo sceneggiatore, e naturalmente vale anche il contrario. Molto dipende dal nostro approccio col testo; la sceneggiatura è un affare molto più tecnico rispetto a un romanzo. In un libro, al di là di una serie di regole che è buona norma seguire, la mappa generale tende a piegarsi facilmente alla volontà dello scrittore, mentre la sceneggiatura è più rigida, a causa delle fasi in cui è scansionata (soggetto, trattamento, sceneggiatura). Nel soggetto definiamo i personaggi, le azioni, la trama. È una delle parti più creative (in pratica hai un foglio bianco e devi scriverci quello che succede), l’unica differenza con un libro è che non devi rendere i vari passaggi della storia “letterabili”. Stiamo parlando di un testo lungo massimo 4-5 cartelle dattiloscritte, perciò è facile capire quanto sia importante dire molto con meno parole possibili. Questo per alcuni scrittori è un vantaggio perché si arriva subito al dunque, per altri invece è frustrante perché vedono il proprio stile disintegrarsi. Per quanto mi riguarda, penso si tratti semplicemente di assumere una diversa prospettiva: le marche stilistiche non si legano più alle parole, ma direttamente agli eventi della storia. La nostra personalità penetra nel racconto attraverso ciò che accade (in realtà dovrebbe succedere anche in un romanzo, in quelli migliori succede). Detto così sembra facile e bello, ma il cambiamento è radicale: non possiamo entrare nei personaggi e spiegarli, dobbiamo rendere visibili i loro sentimenti, perciò bisogna ragionare esclusivamente in termini di azioni. Quello che non si vede non succede. Per assicurarci che il pubblico veda e senta tutte le fasi più importanti del film, dobbiamo progettare esattamente l’ordine e la gerarchia degli eventi. È impossibile affidarci all’improvvisazione. Quindi, le variabili che intervengono nello stabilire la nostra propensione a questo tipo di scrittura sono: (A) capacità di strutturare una trama; (B) approccio metodico al testo (non alla Kerouac, tanto per intenderci). Se vi mancano queste due qualità, lasciate perdere.

Una volta buttato giù il trattamento, si passa ai dialoghi della sceneggiatura, che sono la parte più divertente. Qui si torna alle origini, perché le scene dialogate sono un qualcosa di cui abbiamo già una forte esperienza diretta, sia come lettori, sia come scrittori. Quando tutto è finito però, c’è qualcosa che non quadra. Che cosa abbiamo tra le mani? Magari il nostro lavoro è buono, o magari non lo è, sta di fatto che è ancora un lavoro a metà. Ci vorrà un ulteriore passaggio per trasformarlo in un film: la regia. Una pessima regia può rovinare una fantastica sceneggiatura, inoltre una buona regia può essere ridimensionata da un pessimo cast di attori, o da una brutta scenografia, o semplicemente da un baget ridotto. Le variabili sono parecchie e di difficile controllo. Il problema di uno scrittore, quando lavora nel campo del cinema, è accettare l’idea della sua parzialità (problema che in letteratura non si pone, poiché lo scrittore è un Dio che controlla praticamente ogni cosa). Forse questa è la parte più difficile. D’altra parte, si condivide la responsabilità di un eventuale fallimento con una serie di persone, il ché non è male. È una questione di punti di vista, l’importante è capire che si tratta di due forme di scritture imparentate, ma molto diverse.

Lato economico. Non c’è dubbio che sia più facile arricchirsi scrivendo per il cinema, soprattutto considerando il rapporto Lavoro/Compenso, che in letteratura pende drammaticamente dal lato sbagliato. Ma quanto lavoro c’è? In Italia si producono così tanti film? Non credo proprio. È plausibile sostenere che ci sono centinaia di sceneggiatori che ringraziano Dio se hanno l’opportunità di lavorare una volta l’anno. Un mercato più florido è sicuramente quello delle fiction, ma qui i compensi sono più bassi, e poi si tratta di uno schema narrativo in parte diverso dai film, trattandosi di prodotti seriali. Quindi altro studio, altro lavoro di applicazione.

Per tirare le somme, se pensate di passare da una sponda a un’altra solo per avere guadagni facili, scordatevelo. Come in letteratura, c’è un sacco di gente che vuole emergere, e nella migliore delle ipotesi è più motivata e preparata di voi. Fatelo solo se nutrite una passione sincera per il cinema e per il LAVORO di scrittura, oltre ad avere una ferrea volontà di apprendere.


Per chi fosse interessato suggerisco due manuali fondamentali da leggere in quest’ordine:
1) IL VIAGGIO DELL’EROE, Vogler, Dino Audino editore
2) COME SCRIVERE UNA GRANDE SCENEGGIATURA, Seger, Dino Audino editore (non fatevi ingannare dal titolo, è un manuale splendido)


Per altre informazioni (scuole, concorsi, ecc…) http://www.sceneggiatori.com/

lunedì 26 gennaio 2009

importanza della revisione finale


Dopo tre mesi di meticolosa programmazione della storia, sia dal punto di vista della struttura generale, che delle scene d’azione e riflessione, e dopo altrettanti mesi di scrittura, per quello che doveva essere il mio primo romanzo con un inizio e una fine degne di questo nome, mi sono reso conto di aver commesso dei tragici errori. La parte centrale della trama, quella che dovrebbe costituire il fulcro centrale della storia, sembrava invece aver assunto la funzione di una grande parentesi, che invece di lanciare i personaggi, li sospendeva in attesa del finale. C’è da fare una premessa: questo lavoro era già stato interrotto una volta, quando mi ero accorto che la storia cominciava troppo presto. A quel punto, avevo già buttato giù 40 pagine. Allora, presi la decisione di buttarle in senso letterale, e così ho fatto. Poi ho iniziato a programmare il lavoro, dalla prima pagina, l’unica che ritenevo buona. Ma adesso, a distanza di 6 mesi, l’idea di rimettere le mani nel romanzo mi tirava talmente giù che in un primo momento ho deciso di lasciar perdere, e ho chiuso tutto in un cassetto.

Naturalmente, ho passato diverse notti in bianco. Semplicemente, era impossibile liberarmi della storia. Se la voglia di raccontarla era stata così forte da farmi letteralmente ricominciare un romanzo la prima volta, come potevo sperare di farla franca? Ho iniziato a pensare a cosa mi avesse mosso a riscriverla, e poi mi sono visto progettare il lavoro, e mi sono ricordato della terribile sensazione che qualcosa in quello schema non andasse. Quei problemi che adesso erano così evidenti, si erano già palesati in fase di programmazione, ma in quel momento ero talmente sfiancato dal lavoro, che avevo deciso di non affrontarli. Avevo solo voglia di scrivere. Mi ero messo all’opera con la speranza che, in qualche modo, quelle falle si colmassero da sole. Ecco una lezione: è impossibile risolvere un problema narrativo se non lo si affronta a brutto muso. Qualsiasi tentativo di prenderlo lateralmente, o peggio, di schivarlo, è destinato a fallire.

Allora, mentalmente, mi sono messo a lavoro sul testo, e subito ho inquadrato l’errore: avevo sbagliato a scegliere l’antagonista. In fase di programmazione, avevo temuto che l’antagonista semplicemente mancasse, per cui ne avevo inventato uno che con la storia c’entrava in maniera marginale. Per questo il romanzo, a partire dal suo ingresso, iniziava a prendere la deriva. Non mi ero accorto che il vero antagonista era lì, sotto i miei occhi, è così l’avevo ridimensionato, dandogli meno spazio di quanto meritasse. Avevo perso di vista l’obbiettivo, per colpa di un’invenzione strampalata.

Adesso ho un elemento fondamentale con cui riprogrammare il fulcro della storia. Certo, rimango un po’ abbattuto. Soprattutto perché sarà impossibile lavorarci subito, dovendo dare i miei ultimi due esami tra un paio di settimane. Inoltre, subito dopo dovrò finire la tesi e lavorare a una sceneggiatura per un corto. Ma riuscirò a fare tutto, più lentamente magari, ma ci riuscirò. Devo assolutamente tenere duro. La mia forza sarà costituita dalle persone che mi sostengono e che credono nel mio lavoro. E tra queste ci sono anch’io, naturalmente.
Un altro elemento che mi deve rendere fiducioso, sono le pagine da cui intendo ripartire. La prima volta che avevo ricominciato il libro avevo ripreso da pagina uno. Adesso le pagine buone sono addirittura 70! La roba da distruggere riguarda 40 pagine, più una ventina da riadattare, ma il resto è abbastanza flessibile da rimanere immacolato, anche dopo una revisione profonda. Il buono della storia è ancora lì, vivo e vegeto sotto le mie mani, e chiede solo le attenzione necessarie per sbocciare in un tutto il suo splendore.
Sarebbe da vigliacchi decidere di abbandonarlo proprio adesso.